Noto: il Teatro Vittorio Emanuele presenta il “Re Lear”, con la regia e l’interpretazione di Michele Placido

Il teatro Vittorio Emanuele di Noto, presenta “Re Lear” di William Shakespeare per la regia e l’interpretazione di Michele Placido. Lear non è un testo, Lear è un mondo, è il Mondo, è la distruzione del Mondo, l’Apocalisse e infine la successiva, appena possibile, rinascita. Al principio del XVIIo secolo le teorie di Keplero, Galilei, Hobbes, unite alle idee di Giordano  Bruno ed altri, stavano prepotentemente rivoluzionando il modo di vedere il mondo da parte dell’uomo. Improvvisamente la Terra diveniva una parte infinitesimale del creato, non più al centro dell’universo, ma una “palla di terra e acqua” vagante nell’infinito. Shakespeare sembra assorbire questo sentimento teorizzante dell’uomo di fronte al Cosmo, per restituirci quell’immensa metafora della condizione umana che è il RE LEAR.

All’inizio del dramma Lear rinuncia al suo ruolo, consegna il suo regno nelle mani delle figlie,  si spoglia dell’essere re, pilastro e centro del mondo, per tornare uomo tra gli uomini. Ma questa scelta viola le regole che organizzano l’universo, così il mondo va fuori di sesto, e quel che ne segue sono “azioni innaturali che generano tormenti innaturali”: figli contro padri, follia, violenza nel contesto di una natura sconvolta e tutt’altro che benigna.

Tutti i personaggi sono mossi dall’amore: misterioso, tenero e spietato è quello che lega il Matto al suo Re, estremo e disposto a ogni sacrificio è quello di Edgar per il padre, virile e diretto quello di Kent per il suo signore. Libidinoso quello delle sorelle Reagan e Goneril per il giovane Edmund. E anche lui, Edmund, il più gelido e calcolatore dei “cattivi” Shakespeariani, nel momento estremo della sua morte, si consolerà dicendosi “eppure Edmund fu amato”, teneramente confondendo amore ed eros.

E infine Cordelia, inizio e fine del tutto, incapace di tradurre in parole i propri sentimenti, ma capace di agire, di mettersi a capo di un esercito e correre in aiuto del padre, sarà lei il necessario capro espiatorio, colei che dovrà morire per redimere attraverso il suo amore buoni e cattivi, vivi e morti.

In ultimo ciò che resta è un paesaggio di rovina e morte dalle cui macerie, faticosamente, riemerge Edgar, un ragazzo reso uomo dall’aver attraversato terribili prove, sta a lui costruire il futuro dell’umanità e le sue ultime parole ci ridanno speranza nel genere umano: bisogna dire ciò che sentiamo, non ciò che dobbiamo.


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