Un corto girato di notte, in una città che sembra dormire, ma in cui c’è sempre qualcuno alla ricerca dei propri sogni o che combatte le proprie paure. E c’è anche una coppia di innamorati, impegnata in una caccia al tesoro, organizzata da lei, tra le bellezze architettoniche della città Barocca.
“Di Notte” è la prima opera dei registi netini Gaetano Castobello e Enrico Galopin: è stata proiettata per la prima volta il 27 agosto nel cortile del Convitto Ragusa. Una produzione a costo zero (anzi, il totale lo scoprirete più avanti), che trasmette le sensazioni e le emozioni che la notte nasconde, e conserva per i più coraggiosi, che scelgono di vivere a luci spente.
In questa intervista, che vi invitiamo a seguire attentamenti, i due registi, si raccontano e spiegano un po’ da dove nasce l’idea del corto, raccontando curiosità e particolarità.
Una passione che dura dai banchi di scuola, la vostra, per il mondo del cinema, no?
“Le nostre strade si sono incrociate a 14 anni, quando ci siamo iscritti al liceo classico Di Rudinì. Siamo stati compagni di banco per tutti i cinque anni liceali e condividevamo già da allora la passione per il cinema. Dopo il diploma, ci siamo iscritti al DAMS. Gaetano a Torino, Enrico a Bologna. Siamo però rimasti sempre in contatto e ogni volta che ce n”è stata l’occasione, ci siamo riuniti per scherzare, parlare e guardare film come ai tempi del liceo. Quando finalmente siamo riusciti a conseguire la laurea, siamo ritornati entrambi a Noto ognuno per motivi diversi. Sin da subito ci è venuta voglia di unire le forze per realizzare finalmente un nostro film, ma non è stato facile trovare un’idea”.
Non era facile trovarla, ma alla fine ci siete riusciti. No?
“Tutto è partito tutto da Enrico – spiega il “collega” Gaetano – in una notte di metà maggio. Stava facendo una doccia mentre ascoltava il notturno op. 9 n. 1 di Chopin, lo stesso che abbiamo poi utilizzato per il corto. Quelle note, in quel particolare contesto di silenzio e tranquillità, gli hanno fatto nascere l’immagine di due ragazzi che passeggiavano per le strade di Noto mentre in sottofondo suonava il notturno. Il giorno dopo ci siamo incontrati e mi ha proposto la sua idea. Quando mi ha detto di averla avuta in bagno, ho temuto che nessuno avrebbe mai potuto sapere come fosse nato il corto. Poi ha specificato che stava facendo la doccia. L’idea mi è subito piaciuta, però mancava ancora tutta la parte narrativa. C’erano i due ragazzi, c’era Chopin e c’era la notte. Ora dovevamo raccontare una storia e soprattutto dovevamo riuscire a comunicare quelle emozioni che per noi caratterizzano la notte. Ho avuto l’idea della caccia al tesoro perché qualche anno prima ne avevo organizzata una per una mia ex. Non così lunga e non nelle ore piccole, altrimenti sarebbe diventata la mia ex ancor prima. Nel mio caso però la sorpresa era un semplice regalo di compleanno. Per i nostri protagonisti serviva qualcosa di più importante, che giustificasse una caccia al tesoro così lunga. La risposta è arrivata spontaneamente, ma non voglio rovinare la sorpresa a chi ancora non ha visto il corto”.
E poi?
“Il giorno dopo – spiegano – ci siamo incontrati nuovamente e abbiamo iniziato a scrivere la sceneggiatura: per quanto riguarda i protagonisti, ci siamo ispirati sicuramente agli “Innamorati” di Peynet, un illustratore francese. Di notte anche la città più movimentata diventa silenziosa, intima. I nostri protagonisti erano quindi liberi di fare ciò che di giorno, in mezzo alla gente, sarebbe stato etichettato come strano. Tra una tappa e l’altra volevamo inserire dei personaggi che facessero da contrasto alla spensieratezza dei due protagonisti. Abbiamo quindi ambientato ciascuna di queste scene all’interno delle mura domestiche e abbiamo fatto in modo che sembrassero come delle rapide sbirciate nella vita privata di ciascun personaggio: non si sa cosa sia successo prima né cosa succederà dopo; lo spettatore vede solo ciò che succede in quel momento preciso e costruisce la propria storia in base alle proprie esperienze. L’ispirazione, in questo caso, nasce dal quotidiano: basta guardarsi intorno per trovare ovunque le stesse scene che abbiamo proposto nel nostro corto. Naturalmente noi abbiamo cercato di renderle un po’ più artistiche. E, a proposito di arte, ci sono due omaggi a due famosi dipinti, entrambi legati alla notte. Il primo è nella scena della sognatrice: l’inquadratura della ragazza addormentata col gatto sull’addome e il poster del cavallo sullo sfondo crea una composizione molto simile a quella dipinta da Füssli nel suo “Incubo”. La seconda, più facile da individuare, appare nella scena del bambino: ciò che disegna, quando si volta verso la finestra, è chiaramente la “Notte Stellata” di Van Gogh”.
Scritta la sceneggiatura, avete iniziato con i casting?
“Non avendo una produzione alle spalle ed essendo ancora alle prime armi, non potevamo contare né sulla promessa di una retribuzione né sulla nostra notorietà. Convincere degli attori professionisti sarebbe stato molto difficile, dato che loro si guadagnano da vivere recitando e non sempre possono permettersi di partecipare a progetti a zero budget. Fortunatamente molte scene erano costituite da gesti semplici e quotidiani, come bere, studiare, mangiare; quindi non richiedevano particolari doti recitative, Dovevamo perciò cercare tra amici, parenti e perfetti sconosciuti le persone che ci sembravano adatte ai ruoli. Finché si trattava di amici e parenti, la cosa è stata piuttosto semplice. Tra gli altri, figurano il papà di Gaetano, Salvatore Castobello, e la moglie di Enrico, Vincenza Iuvara. Contattare e convincere gli altri è invece stato possibile grazie a Facebook: me ne sono occupato io – prende parola Gaetano – e ho cercato di essere quanto più gentile e onesto possibile, spiegando loro tutti i dettagli del progetto. Alcuni di loro ci conoscevano di vista e si sono fidati subito. Altri partivano un po’ titubanti, ma alla fine hanno accettato. C’era anche chi non era sicuro di essere in grado, ma data la semplicità delle scene si è convinto a partecipare e alla fine è rimasto soddisfatto dell’esperienza. Siamo contenti del rapporto che si è instaurato con ciascuno di loro e abbiamo potuto constatare che è una sensazione reciproca. I più fortunati sono stati retribuiti in cheesecake, preparate da me in occasione di due compleanni”.
E i due protagonisti?
“Carlo e Marta, sono gli unici due attori del corto ad aver studiato recitazione: frequentano entrambi la stessa accademia e si conoscevano già prima del corto. Questo ci ha aiutati enormemente a ottenere quella sintonia richiesta dai loro ruoli, che erano i più difficili da interpretare. A rendergli le cose ancora più difficili c’era il fatto che le loro scene si svolgevano in esterno. Quindi eravamo costretti a girare realmente in piena notte, quando le strade sarebbero state deserte e le luci e il buio avrebbero colorato la città nel modo ideale. Avevamo fatto presente a entrambi questo problema e loro sono stati gentilissimi ad accettare ugualmente e senza compenso. Ma la prima notte è stata lunghissima e credo che arrivati all’alba ci abbiano segretamente un po’ odiati. Per la seconda notte abbiamo aspettato una data in cui fossero stati entrambi nuovamente disponibili, ma rimanevano solo poche scene, perciò siamo riusciti a completare le riprese in molto meno tempo rispetto alla prima volta. Sono stati molto bravi e disponibili, sono riusciti a interpretare i due personaggi esattamente come li volevamo. Ma in realtà sono stati bravi tutti, dal primo all’ultimo. Ma se proprio dovessimo votare la migliore interpretazione tra quelle più inaspettate, io e Enrico risponderemmo all’unisono con lo stesso nome: Zorba. La gatta!”
Perché proprio lei?
“Neanche fosse stata addestrata, a ogni ciak faceva esattamente ciò che speravamo facesse in entrambe le scene. Ed era la prima volta che incontrava Linda (la ragazza che interpreta la Sognatrice). Per la scena dell’anziana invece è stato più complicato: la cagnolina che appare al suo fianco è la mia Gaia. Come suggerisce il nome, è una giocherellona cronica e sul set non voleva altro che coccole. La scena originale prevedeva che restasse sdraiata accanto alla signora (Giuseppina Lorenzano), ma ogni volta che ci allontanavamo per uscire dall’inquadratura, lei si alzava per venire a prendersi le sue coccoline. Alla fine ci siamo accorti che la scena andava persino meglio con lei che si alzava e se ne andava e l’abbiamo lasciata così”.
Guardando bene il corto, però, sembra di vedere due facce conosciute. Siete proprio voi?
“Si, ci siamo buttati in mezzo anche noi due, per due motivi: innanzitutto coprendo personalmente due ruoli, dovevamo convincere due persone in meno a partecipare gratuitamente. E poi ci piaceva l’idea di giocare un po’ con noi stessi”
“Io ad esempio – dice Gaetano – bevo di tanto in tanto degli alcolici, ma non mi sono mai ubriacato e neanche ci tengo a provare l’esperienza. Nel corto invece interpreto un ubriaco, disperato a causa di una misteriosa lettera. Mi piace scherzare dicendo che stavo piangendo perché in realtà quella che bevevo era solo acqua.
“Io invece – aggiunge Enrico, fresco di matrimonio (e indovinate chi è stato uno dei due testimoni?) – ho paura delle armi da fuoco e ho voluto creare una scena in cui avrei dovuto impugnarne una (che in realtà era una pistola ad aria compressa)”.
Non solo una fine e curata sceneggiatura, ma anche una colonna sonora ad hoc…
“Come già detto si tratta del notturno di Chopin; ma questo portava a due problematiche: la prima è che, sebbene lo spartito del brano sia di pubblico dominio, l’esecuzione del pianista in genere non lo è. Quindi dovevamo cercare un pianista che eseguisse il brano appositamente per noi. Il secondo problema l’ha avuto il pianista in questione, che era il fratello di Gaetano, Corrado. La durata del brano infatti era molto più breve di quella del corto e inoltre i temi del notturno andavano modellati in modo da far coincidere quelli più dolci con le scene più serene e quelli più vigorosi con le scene più movimentate. Questo è già piuttosto complicato di per sé, immaginate se poi il brano in questione è stato composto da uno dei più geniali compositori per pianoforte di tutti i tempi. Corrado (il fratello di Gaetano, ndr) che non è un pianista, ma ha studiato pianoforte complementare, è riuscito a fare un ottimo lavoro utilizzando una tastiera digitale, un computer, e tanta pazienza, registrando prima gli accordi e poi la parte melodica con le sue modifiche apportate”.
E per le attrezzature?
“Tutto ciò è comunque stato possibile grazie anche a Salvatore Cataldi, che ci ha gentilmente prestato gratuitamente un po’ di attrezzatura del suo studio fotografico, senza la quale non avremmo potuto girare il corto, facendoci risparmiare delle spese che di questi tempi, soprattutto per dei giovani, non sarebbero state indifferenti. Tra l’attrezzatura messa a nostra disposizione c’era una Canon EOS 600D, una delle tre fotocamere con cui abbiamo girato il corto. Le altre due erano una Canon EOS 500D, di proprietà della sorella di Enrico, e una Canon EOS 70D, gentilmente prestataci dal nostro amico Francesco Scala. Grazie al loro contributo siamo riusciti a realizzare il nostro corto spendendo solamente 57 euro. Abbiamo ancora molto da imparare e sicuramente il nostro film presenta parecchie imperfezioni. Ma siamo contenti del risultato e per fortuna pare che al pubblico stia piacendo. E grazie alla pubblicazione del corto su Vimeo, stiamo iniziando a ricevere qualche proposta per eventuali progetti futuri”.
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Nella foto, un momento del backstage, durante le riprese, con la sognatrice (Linda Bellofiore) e i due registi.