“Di chi è il patrimonio culturale di una città o di una nazione? Chi subisce un danno se una cagnetta randagia partorisce i suoi cuccioli sulle tessere di un mosaico di una villa romana del IV secolo? Hanno i cittadini il diritto di sentirsi defraudati, direttamente chiamati in causa dall’incuria e dal degrado, di denunciare e pretendere che ogni bene comune, soprattutto quello storico, ogni area archeologica, ogni chiesa, ogni via, ogni pietra, pezzo di selciato, mosaico, graffito segno del passato e traccia identitaria, siano tutelati e valorizzati come si recita nell’art. 9 della nostra Costituzione, o si enuncia ampiamente nel Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio?“. Sono le domande che si pone Cettina Raudino del movimento civico Passione Civile, in merito allo stato in cui si trova la villa romana del Tellaro.
“La risposta alla prima domanda, chi subisce il danno, è : il cittadino, cioè io, tu, noi. Tutti noi subiamo un danno il cui valore è incalcolabile, non quantificabile – afferma –. Data l’unicità e l’irripetibilità di quel mosaico, che attraversando miracolosamente i secoli è sopravvissuto a ogni schiaffo del tempo, ci possiamo sentire danneggiati personalmente e collettivamente se chi di dovere e competenza, cioè la Soprintendenza ai Beni Culturali, la Regione, non mette in campo le necessarie azioni di tutela. Abbiamo il diritto di pretendere? Si, si, mille volte sì. Abbiamo il diritto a spiegazioni e alla ricerca di soluzioni. Si, mille volte Sì”.
Un danno al patrimonio culturale che è anche un danno all’identità collettiva, quindi, e all’economia di un territorio che vorrebbe, vuole, vivere di turismo culturale e naturalistico. “E’ fin troppo evidente il nesso che lega la tutela di un bene, alla sua valorizzazione, fruizione e quindi all’indotto turistico – prosegue -. Un attrattore culturale di grandissime potenzialità come la Villa Romana del Tellaro versa in condizioni pietose, da anni. E prospettare soluzioni pasticciate come il trasporto dei mosaici in altro sito, è una visione anacronistica e grossolana, poco rispettosa del bene stesso che privo del contesto di riferimento risulterebbe poco leggibile, mutilo, offeso ancora una volta. Per ragioni che a noi cittadini possono anche risultare oscure o comunque inappropriate, data la gravità dello stato di fatto, data la imbarazzante voragine di incuria, è palese che la Soprintendenza non è in grado di presidiare e valorizzare adeguatamente. Da sempre la zona sud della provincia di Siracusa ha registrato carenze e abbandoni in questo ambito così strategico”.
Che fare allora? “E allora, nonostante non siano i cittadini a dover prospettare delle soluzioni, si può però suggerire di mettere a punto un nuovo modello di gestione delle aree archeologiche – conclude Cettina Raudino -, una compagine che, oltre alla Soprintendenza, contempli la presenza attiva del Comune di Noto – che in virtù di una convenzione già reinveste il 30% degli incassi per lavori di manutenzione e altre occorrenze straordinarie – e delle associazioni culturali e/o cooperative che al loro interno abbiano requisiti e competenze spendibili. Associazioni e cooperative reclutate con bandi di evidenza pubblica, trasparenti e aperti a tutti“.
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