Noto, monsignor Staglianò e l’amore controcorrente a Sanremo

Una sorta di autointervista che monsignor Staglianò, vescovo di Noto, ha voluto offrirci e in cui commenta il Festival di Sanremo

Una sorta di autointervista, quella che pubblichaimo di seguito, che monsignor Staglianò, vescovo di Noto, ha voluto offrirci e in cui commenta il Festival di Sanremo in attesa della finalissima di questa sera.

Sanremo non è solo spettacolo della musica, ma anche “cultura”

“Musica e parole” a San Remo 2018, come sempre. Eppure una sottolineatura c’è stata tra l’ironico e il faceto, sulla necessità di stare più attenti alle parole e al loro significato, al messaggio insomma. Se il direttore, Claudio Baglioni è un cantante – curando l’aspetto musicale con un coinvolgimento personale da “mostro sacro” della canzone qual è-, l’attore Pierfrancesco Favino – a suo stesso dire- lo spalleggia per “la cultura di San Remo…, per le parole”. In realtà si sa che, in una canzone, “parole e melodie musicali” vanno insieme, sono intrinsecamente connesse, vivono di una relazione profonda e interiore. I cantanti sono spesso “veri poeti”. La qualità letteraria della lingua italiana si sviluppa anche grazie ai loro testi e le canzoni sono tasselli della letteratura, orami. Il Nobel 2016 per la Letteratura dato a Bob Dylan lo dimostra”.

 Cosa accade tra musica e parole?

“La melodia è l’interpretazione delle parole, costituendone l’eco che le incide nell’animo di chi ascolta, e mischia il loro contenuto con le emozioni, i criteri di giudizio, le stesse condizioni delle persone. Nell’ascolto della canzone avviene così una “fusione di orizzonti” che va molto al di là del “mi piace o non mi piace”. Così, reciprocamente, la melodia viene più o meno gradita – al di là di ogni doverosa valutazione tecnica- quanto più le parole “colpiscono” la persona che ascolta in quel preciso momento della sua vita, entrando nel dramma del quotidiano vivere di tutti, a suo modo, per l’accesso che il tema specifico trattato offre“.

Può fare un esempio?

Dopo la prima serata, stando a quanto è venuto fuori in classifica dalla valutazione demoscopica e, quindi, da come si è votato da casa, dal voto del popolo, in testa c’è il gruppo Lo stato sociale, con Una vita in vacanza. E’ un bel testo e un’interessante melodia, in una canzone che intercetta sentimenti umani molto diffusi tra la gente: il lavoro è importante, ma non è tutto nella vita; la frustrazione esistenziale per il lavoro che impegna totalmente e non fa respirare; la denuncia dell’ingiustizia di dover “vivere per lavorare”, mentre dovrebbe essere il contrario e cioè “lavorare per vivere”; la tensione di (non) essere all’altezza del lavoro che ti è dato, perché se sgarri sei cacciato; la corruzione di chi delinque per lavorare (“qualche volta fai il ladro”) e di chi patisce (“o fai il derubato”). La domanda allora batte il chiodo: “perché lo fai, perché non te ne vai?”. Da qui il sogno di un mondo diverso. Ritorna l’utopismo di “una vita in vacanza”, come metafora del bisogno di maggiore leggerezza, dove si respira più libertà e il “tempo perso” recuperi la vita al suo scopo principale che è quello di essere felici, gioiosi, come quando uno “canta e danza”. E comunque sia, considerato lo stress della vita moderna nelle società complesse dell’ipermercato, tutti (nessuno escluso) sognano la vacanza, appunto “una vita in vacanza”.

Il tema umano, però, resta sempre l’amore. Perché?

“Si, è semplice: perché nell’amore splende l’umano dell’uomo e tutti gli uomini e le donne di ogni tempo sono cercatori del “senso umano”, sono viandanti alla ricerca della propria bella, buona e ricca umanità. Ciò che tutti sentono e percepiscono e giudicano come “umano-umanità” non è purtroppo alla portata di tutti. Non tutti gli uomini e le donne di oggi sono umani allo stesso modo. Taluni hanno smesso di essere “umani” inoltrandosi in vie di barbarie e di disumanità, di disamore. Ecco l’amore rende umani tutti. E però resta, tuttavia, la domanda: quale amore? L’amore romantico, l’amore cinico, l’amore virtuale? O l’amore vero amore? E qui comincia il bello anche di San Remo che potrebbe intercettare qualcosa di rilevante sull’amore oggi: basta con “l’amore è bello finché dura”, oggi è tempo dell’amore che vuole durare, “l’amore è bello perché dura”. O anche “perché comunque dura”. Addirittura Caccamo parla dell’amore come un momento riempito di eterno e sembra stabilire che solo l’amore che è “per sempre… può salvare”.

È un amore controcorrente, nel mondo liquido di oggi, dove nulla dura

Certamente. Le relazioni tra gli esseri umani sono diventate troppo fragili e frammentate, rischiano di non essere neppure relazioni umane reali, ma solo virtuali. Gli osservatori più avvertiti sanno dove si sta andando, per esempio, con l’amore virtuale, dove le persone non si incontreranno più con i loro corpi. E allora l’amore non sarà più tra persone, ma con le macchine o magari con androidi. Il “per sempre dell’amore” salva l’amore dalle sue derive disumanizzanti, rendendo l’amore bello: “siamo senza addio, bellezza che si libera nell’aria”, afferma Caccamo”.

Oltre Caccamo, però non sembra che in altri testi si trovi questa durata dell’amore

Sì, infatti, non sembra. Tuttavia le apparenze possono ingannare, come si dice. In Frida, il gruppo The Colors comincia proprio con quest’affermazione: “non succede mai mai mai, nessun amore è per sempre mai”. Guardandosi intorno, dov’è l’amore eterno di Caccamo? Oggi le relazioni affettive sono assolutamente precarie. Contra facta non valet argumentum, direbbero i latini. E i fatti sono che la gente non sta insieme “per sempre”, anzi ci si lascia dopo sempre meno tempo, sposati o non. L’amore per sempre “non succede mai”. E’, tuttavia, una constatazione e non una definizione dell’amore. Quando più avanti si entra nel linguaggio dell’amore vero, allora ecco si evoca la definitività e la durata: “al vento non ti ho promessa mai, l’amore non è che una sfida, sarà la nostra regola”. E’ una sfida quotidiana, perché l’amore è un’arte e l’arte di amare (E. From) comporta l’avventura del perdono da imparare. Canta la Vanoni: “bisogna imparare ad amarsi, a perdonarsi, giorno per giorno”. Amore e perdono vivono della stessa luce, sviluppano lo stesso dinamismo della fiducia-affidamento. Amore è dono di se per l’altro, è un “dono-per”, cioè un “per-dono”. Quest’apertura al dono è unilaterale e incondizionata (“senza sapere cosa mi aspetta”), vive dell’attesa del miracolo che solo l’amore può compiere (“ma voglio vedere”): la felicità che esiste e affascina e seduce, per essere vivi: “e vivere ogni istante fino all’ultima emozione”.

E quando due si separano, dov’è l’amore che dura?

L’equazione dell’amore è spiegata nella canzone di Noemi. Se l’amore c’è stato, quell’amore dura, cioè persiste nell’altro anche nei tempi della separazione o dell’abbandono. I due mondi che si sono amati restano inevitabilmente influenzati nell’interiorità dell’anima. Nessuno è più lo stesso, perché l’altro è in lui: “e più sarai lontano e più sarai con me”. Perciò: “non smettere mai di cercarmi dentro ogni cosa che vivi e per quando verrò a trovarti in tutto quello che scrivi”. Anche i sogni sono “i nostri”, irrimediabilmente. La distanza della separazione non impedisce all’amore di esserci e di funzionare. E’ ovvio, se amore c’è stato. Questo è il problema grosso: spesso si nomina con “amore” qualcosa che non lo è (“l’amore ama celarsi dietro amabili parole che ho pronunciate prima che fossero vuote e stupide”, disse Mengoni, vincendo il festival di Sanremo qualche anno fa con la canzone L’Essenziale). Se l’amore c’è stato, è proprio a quell’amore che il figlio può appellare per chiedere a papà e mamma, oramai separati, di tornare a parlarsi, come fa Renzo Rubino in Custodire: “se prima era una corsa per amarci”, se c’è stato amore, allora c’è la speranza: “abbracciami dai, arrabbiati poi, può sopravvivere affetto in questa stanza”.

Come definire l’amore vero?

Con l’amore è un po’ come per il tempo: non si lascia definire in modo esaustivo. Del tempo, Sant’Agostino, dialettizzando con gli scettici che non credevano esistesse, risponde così alla domanda “cosa è il tempo”? “Se me lo chiedi non lo so, ma se non me lo chiedi lo so”. Mi pare la risposta di Luca Barbarossa in Passame er sale: “ah se me chiedi l’amore cos’è, io non c’ho le parole che c’hanno i poeti, nun è robba per me” e poi incalza: “ah si me chiedi l’amore che d’è, io non c’ho parole ma so che ner core nun c’ho artro che te”. L’amore saputo è la presenza dell’altro nel tuo cuore. L’amore – direbbe poeticamente Karol Woytjla non è “stare l’uno accanto all’altro”, ma “stare l’uno nell’altro” (d’altronde il Dio dei cristiani è amore trinitario, proprio perché il Padre è nel Figlio e reciprocamente il Figlio e lo Spirito sono nel Padre), essere questa comunione d’amore per sempre, un legame di affetto che resiste a ogni sirena, com’è ben descritto da Max Gazzé in La leggenda di Cristalda e Pizzomunno. Gelose le sirene trascinano con le catene Cristalda nel fondo del mare, perché un marinaio si era innamorato di lei e non aveva ceduto alle loro lusinghe. E’ il tema della fedeltà che nel rapporto di coppia pretende esclusività: mentre l’onda beffarda affonda nel mare l’amore indifeso, “io ti resterò per la vita fedele e se fossero pochi, anche altri cent’anni… io ti aspetterò, io ti aspetterò, fosse anche per cent’anni ti aspetterò”.


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