Noto e il clan Trigila, focus della Dia sull’attività mafiosa in provincia di Siracusa

L’operatività delle organizzazioni siracusane, per quanto ridimensionata dalle recenti attività di contrasto, continua a trovare linfa vitale in una strategia di pax mafiosa tra i sodalizi della provincia, e nelle salde alleanze con le consorterie etnee

Pubblicata la “Relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento sull’attività svolta e i risultati conseguiti dalla Dia” nel primo semestre del 2017. La stessa, da un lato, compendia l’attività svolta e risultati conseguiti dalla Dia nel periodo di riferimento, dall’altro fornisce una mappatura aggiornata della criminalità organizzata mafiosa sul territorio, degli interessi e delle alleanze e contrapposizioni tra i clan, sulla scorta dell’attività di analisi anche dei fatti delittuosi accaduti e delle operazioni di polizia giudiziaria condotte nel primo semestre del 2017, con i dovuti approfondimenti relativi al territorio ricadente nelle province siciliane, nello specifico, in quelle sulle quali ricade la giurisdizione del Centro Operativo (Catania – Messina – Siracusa – Ragusa)

L’operatività delle organizzazioni siracusane, per quanto ridimensionata dalle recenti attività di contrasto, continua a trovare linfa vitale in una strategia di pax mafiosa tra i sodalizi della provincia, e nelle salde alleanze con le consorterie etnee. Nello specifico, il clan Bottaro-Attanasio esercita il proprio potere nell’agglomerato urbano siracusano, ed è storicamente legato al clan catanese Cappello.

Il clan Santa Panagia, attivo nella stessa area cittadina vanta, invece, forti legami con la famiglia etnea dei Santapaola. Ulteriore presenza, particolarmente ramificata sul territorio provinciale, è il gruppo Nardo-Aparo-Trigila, anch’esso saldamente legato ai Santapaola. Infine, nei territori di Cassibile e Pachino operano rispettivamente il clan Linguanti (rappresentante in quella fascia di territorio di una filiazione del clan Trigila) ed il clan Giuliano (fortemente legato ai già citati Cappello), di cui si colgono segnali di riorganizzazione. Proprio nei confronti di un elemento di spicco dei Cappello, imprenditore siracusano operante nel movimento terra e nel trasporto merci, nel mese di giugno la D.I.A. di Catania ha confiscato beni per oltre 1,3 milioni di euro, su provvedimento del Tribunale di Siracusa.

Anche nella provincia aretusea, il traffico e lo spaccio di stupefacenti rimangono settori essenziali nelle strategie dei clan siracusani, al punto da polarizzare gli interessi di più gruppi criminali. Emblematica, al riguardo, è l’operazione “Aretusa”, conclusa nel mese di aprile dalla Polizia di Stato e dall’Arma dei Carabinieri, che ha fatto luce su come tre sodalizi, capeggiati da elementi di spicco del clan Urso-Bottaro-Attanasio, abbiano operato in stretta collaborazione, per monopolizzare le piazze di spaccio del capoluogo. Da segnalare, ancora, i consistenti rinvenimenti di sostanze stupefacenti sulla costiera siracusana, prospiciente alla fascia jonica.

Altrettanto diffusa è l’estorsione, praticata sia attraverso la classica richiesta del “pizzo”, sia con l’assunzione forzata di lavoratori, per lo più appartenenti a consessi criminosi locali. L’operazione “Piazza Pulita”, conclusa nel mese di giugno dalla Polizia di Stato e dalla Guardia di Finanza, né è l’ennesima conferma. Le indagini hanno portato all’arresto di quattro soggetti, tra cui un appartenente al gruppo Trigila di Noto, accusati di tentata estorsione e danneggiamento, aggravati dal metodo mafioso. I predetti, avvalendosi di un imprenditore “vicino” al sodalizio, avevano imposto l’assunzione di alcuni operai ad una ditta aggiudicataria del servizio di raccolta rifiuti urbani nel comune di Noto. Anche per il periodo in esame si segnalano episodi intimidatori nei confronti di pubblici funzionari.

Appare, inoltre, sempre più importante il ruolo delle donne, legate da vincoli di parentela e compartecipi negli interessi affaristici dei clan, con posizioni predominanti in seno alla compagini criminali, come nel caso dei Cappello. Proprio i clan catanesi della famiglie Cappello e Santapaola continuano a manifestare la loro influenza sulle province di Enna e di Siracusa, dove avrebbero stretto alleanze con i malavitosi del posto.

Se in provincia di Messina si coglie l’influenza di cosa nostra palermitana, di cosa nostra catanese e della ‘ndrangheta, per Siracusa si conferma l’attenzione delle locali organizzazioni criminali, in specie quelle della stidda, verso il settore dell’agroalimentare, anche in ragione dell’importanza che riveste, sul piano nazionale, il mercato ortofrutticolo di Vittoria, scenario nel periodo in esame di diversi incendi dolosi.

L’operatività delle organizzazioni siracusane continua, inoltre, a trovare linfa vitale in una strategia di pax mafiosa tra i sodalizi della provincia e nelle salde alleanze con le consorterie etnee. Emblematica di queste alleanze è l’operazione “Aretusa”, conclusa nel mese di aprile dalla Polizia di Stato e dall’Arma dei Carabinieri, che ha fatto luce su come tre distinti sodalizi, capeggiati da elementi di spicco del clan Urso-Bottaro-Attanasio, abbiano operato in stretta collaborazione per monopolizzare le piazze di spaccio del capoluogo. Una propensione alla gestione diretta degli affari criminali che percorre trasversalmente anche le diverse compagini della camorra.


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