Droga ed estorsioni per favorire il clan Trigila: arresti tra Noto e Rosolini. Mogli incluse

Eseguita un’ordinanza con la quale il Gip del tribunale di Catania, su richiesta della Procura Distrettuale Antimafia, ha disposto l’applicazione della misura cautelare della custodia in carcere nei confronti di 8 persone

Nelle prime ore della mattinata odierna, su delega della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, agenti della Squadra Mobile di Siracusa, con la collaborazione dei colleghi delle Squadre Mobili di Milano, Messina e Novara, hanno eseguito un’ordinanza con la quale il Gip del tribunale di Catania, su richiesta della Procura Distrettuale Antimafia, ha disposto l’applicazione della misura cautelare della custodia in carcere nei confronti di:

Hamid Aliani, nato in Marocco il 19 ottobre 1963;

Nunziatina Bianca, nata a Noto il 10 ottobre 1957;

Pietro Crescimone, nato a Lucca Sicula (AG) il 19 gennaio 1962;

Elisabetta Di Mari, nata a Siracusa il 6 agosto 1964;

Giuseppe Lao, nato a Rosolini il 14 febbraio 1971;

Saib Lemaifi, nato in Marocco l’1 gennaio 1968, espulso dal territorio italiano il 4 dicembre 2018;

Angelo Monaco, nato a Rosolini 26 gennaio 1955;

Antonio Rubbino, nato a Rosolini il 25 marzo 1968.

Sono attualmente in corso le ricerche di altre persone, di cui una cittadina straniera, destinatarie della misura cautelare. Tutti sono ritenuti, a vario titolo, gravemente indiziati di reati reati di: associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti; tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso; porto e detenzione illegale di armi; estorsione aggravata dal metodo mafioso e dalla finalità di agevolare il clan Trigila.

L’attività di indagine ha fatto luce sulle attività illecite poste in essere dal gruppo capeggiato da Angelo Monaco, già riconosciuto in passato esponente di vertice del clan mafioso dei Trigila di Noto, facente capo al boss detenuto Antonio Trigila, detto “Pinuccio Pinnintula”.

Tornato in libertà il 25 agosto 2016, all’indomani della sua scarcerazione, Monaco decideva di ricalcare il modello delinquenziale di tipo tradizionale, puntando sulle attività illecite tipicamente appannaggio della criminalità organizzata, quali il traffico di sostanze stupefacenti e le estorsioni ai danni delle imprese che esercitavano attività economiche. Una “vecchia maniera” che si basava sui pregressi legami instaurati nel corso della lunga carriera criminale con i trafficanti di stupefacenti e sull’intimidazione mafiosa, perpetrata a colpi di arma da fuoco e incendio dei mezzi d’opera ai danni delle ditte che non si piegavano alle richieste estorsive.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, Angelo Monaco, costantemente affiancato dalla moglie Elisabetta Di Mari e dall’uomo di sua più stretta fiducia, Pietro Crescimone, avrebbe promosso, diretto e organizzato un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti grazie alla quale sarebbe stato in grado di far giungere nella provincia aretusea ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti da immettere sul mercato locale.

Il traffico di droga gestito dagli indagati veniva suffragato da significativi riscontri investigativi:

nel pomeriggio del 28 febbraio 2017 personale dell’Upgsp della questura di Messina, bloccava, proveniente da Villa San Giovanni (RC), il figlio di Elisabetta Di Mari e lo trovava in possesso di circa 1 kg di cocaina, occultato nella portiera del veicolo su cui viaggiava;

nella notte tra il 21 e il 22 maggio 2017, Angelo Monaco e Pietro Crescimone venivano arrestati a Villa San Giovanni (RC) dal personale delle Squadre Mobili di Siracusa e Reggio Calabria, perché trovati in possesso di circa 71 kg di hashish occultati a bordo del furgone su cui viaggiavano. Dalle attività tecniche era emerso, infatti, che i due indagati erano partiti da Noto nel pomeriggio precedente e si erano recati a Milano per prelevare un grosso carico di droga.

 

L’indagine documentava, inoltre, l’esistenza e l’operatività di una seconda associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze facenti, composta da cittadini marocchini con base operativa nella città di Milano e ramificazioni su Messina e Novara. Il sodalizio, grazie a una vasta e articolata rete di contatti fra Italia e Marocco, era in grado di far giungere sul territorio nazionale rilevanti quantitativi sostanze facenti, che venivano cedute a vari acquirenti presenti sul territorio nazionale, tra cui il gruppo capeggiato da Angelo Monaco.

Monaco e Crescimone risultano, inoltre, gravemente indiziati del tentativo di estorsione, aggravato dall’uso del metodo mafioso, posto in essere nei confronti dell’impresa impegnata nella realizzazione dello svincolo autostradale di Noto sull’autostrada Siracusa-Gela. L’indagine traeva spunto da alcune “visite” in cantiere effettuate da Angelo Monaco, che facevano presagire l’avanzamento di future richieste estorsive. Nell’ultima circostanza, in conseguenza dell’ennesimo diniego di interloquire con i responsabili dell’azienda, Monaco pronunciava la frase “sono venuto tre volte… non vengo più”. Era il monito con il quale l’indagato preannunciava di voler cambiare strategia e di essere intenzionato a lanciare un “segnale” ai vertici dell’azienda.

Difatti nella notte tra il 19 e il 20 maggio 2017, un gruppo armato composto da Angelo Monaco, Pietro Crescimone, Antonino Rubbino e Giuseppe Lao, si recava nelle aree di cantiere del costruendo svincolo autostradale di Noto ed esplodeva numerosi colpi di arma da fuoco all’indirizzo dei mezzi d’opera della ditta impegnata nella realizzazione dei lavori. Come emerso dalle risultanze investigative, Angelo Monaco e Pietro Crescimone avrebbero più volte tentato di incendiare gli escavatori della ditta priolese, senza tuttavia riuscirvi, sia in virtù dei servizi di polizia predisposti al fine di farli desistere, sia per cause accidentali indipendenti dalla loro volontà.ù

Di rilievo si rivelava, poi, la figura di Antonino Rubbino, ritenuto referente del clan Trigila per il territorio di Rosolini e anello di congiunzione con il gruppo capeggiato da Angelo Monaco.

Rubbino, infatti, oltre ad affiancare Monaco nell’intimidazione armata commessa nella notte tra il 19 e il 20 maggio, risultava gravemente indiziato per aver posto in essere unitamente a Nunziatina Bianca, moglie del capoclan Antonio Trigila, e a un’altra persona attualmente ricercata, un’estorsione aggravata dall’utilizzo del metodo mafioso e al fine di favorire le attività economiche nei confronti di un’azienda agricola di Rosolini attiva nella coltivazione, raccolta e lavorazione di prodotti ortofrutticoli. All’amministratore unico dell’azienda, infatti, gli indagati avrebbero imposto l’acquisto delle pedane di legno prodotte nella fabbrica della famiglia Tragila, gestita dal genero di Antonio Trigila.

In tale estorsione, un ruolo chiave sarebbe stato svolto proprio dalla moglie del boss “Pinuccio Pinnintula”, la quale non avrebbe esitato  a presentarsi personalmente al titolare dell’azienda, facendo così valere la forza di intimidazione mafiosa e la valenza simbolica derivante dal rapporto di parentela per vincere l’iniziale resistenza della vittima.


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